Non hanno un lavoro stabile, non hanno soldi, non hanno un piano. Hanno solo la notte e un ultimo bicchiere da inseguire. L’ultimo per la strada non è il classico film da guardare distrattamente: è uno di quelli che ti costringono a fermarti, a guardare davvero, anche quando quello che vedi non ti piace. Presentato nella sezione Un Certain Regard al Festival di Cannes 2025, il nuovo lavoro di Francesco Sossai arriva nelle sale italiane l’8 aprile 2026 portando con sé una storia che non cerca effetti, ma verità.
Carlobianchi e Doriano sono due uomini che hanno superato i cinquant’anni senza riuscire a cambiare davvero la loro vita. Si muovono tra bar, strade vuote e luci al neon, inseguendo un ultimo drink che è molto più di un’abitudine: è un modo per restare a galla, per non sparire del tutto. Quando incontrano Giulio, giovane studente di architettura, silenzioso e ingenuo, qualcosa si incrina. Non accade nulla di eclatante, ma proprio in quella lentezza prende forma un cambiamento che si insinua tra i tre e modifica gli equilibri.
Il film costruisce la sua forza proprio qui, nella sottrazione. Gli interpreti – Filippo Scotti, Sergio Romano e Pierpaolo Capovilla – non cercano mai il gesto forte, ma abitano i personaggi con una naturalezza che li rende credibili, quasi familiari. Sono figure che sembrano uscire dalla vita quotidiana, con le loro fragilità, le loro pause, i loro silenzi, ed è proprio questo a rendere il racconto così potente.
Intorno a loro si muove un Veneto lontano dalle immagini da cartolina: Venezia, Padova, Feltre, Chioggia diventano luoghi vissuti, attraversati, reali. Bacari, birrerie, strade poco illuminate non sono semplici scenografie, ma spazi che partecipano alla narrazione, riflettendo il vuoto e la ricerca dei protagonisti. È un’Italia che esiste davvero, ma che spesso resta ai margini dello sguardo, proprio come i personaggi che la abitano.
Nel film si avverte l’eco della grande tradizione cinematografica italiana, con richiami evidenti a I Vitelloni e Il Sorpasso, ma senza alcuna nostalgia. Qui tutto è più fragile, più disilluso, più vicino al presente. Il regista parte da un episodio reale – una notte e un incontro con uno studente – e costruisce un racconto che parla del tempo che passa, delle occasioni mancate e di ciò che resta quando tutto sembra già deciso.
Dopo il passaggio a Cannes e il percorso nei festival internazionali, L’ultimo per la strada arriva ora al pubblico italiano come un film che non consola e non offre risposte facili. È un’opera che chiede di essere vissuta più che semplicemente guardata, perché dentro quella notte, dentro quei bicchieri e quelle strade, si nasconde una domanda che riguarda tutti. Quanto siamo davvero lontani da quella deriva silenziosa che il film racconta?