Cinema

Il cinema di Sergio Leone e la rivoluzione dello spaghetti western

Dalla provincia romana al palcoscenico mondiale. Come Sergio Leone ha preso il genere western, lo ha svuotato di retorica e l'ha riempito di pura forma cinematografica, creando un linguaggio visivo che il cinema mondiale ancora insegue.

Clint Eastwood in primo piano con cappello da cowboy in una scena di una pellicola western, sfondo di una città messicana desertica con architetture di cartapesta e sole accecante

Il western, quando Sergio Leone lo scopre negli anni Cinquanta, è un genere già consunto dalle sue stesse formule. I film americani lo avevano ridotto a scontri prevedibili, a eroi bianchi contro cattivi neri, a trame usurate dal tempo e dalla ripetizione. In Italia, dove Leone inizia la sua carriera come regista di serie B e peplum, il western rappresenta il nemico ideale: qualcosa di prestigioso, hollywoodiano, intoccabile. Eppure, proprio questa distanza è la chiave della rivoluzione. Leone non ha nostalgia del West reale perché non l'ha mai conosciuto. Può quindi descriverlo come paesaggio puro, come spazio geometrico dove le figure umane diventano silhouette.

Nel 1964, Leone dirige "Per un pugno di dollari", con un attore televisivo americano di modesta fama, Clint Eastwood, nel ruolo di protagonista. Il film è girato in Spagna, in provincia di Almería, dove la produzione italiana aveva trovato paesaggi desertici a costo contenuto. Ma quello che appare sullo schermo non è economia di bilancio: è una scelta estetica radicale. Leone filma il Western da una prospettiva totalmente nuova. Le inquadrature non descrivono lo spazio per orientare lo spettatore; lo invadono, lo opprimono, lo costringono a guardare dal basso verso l'alto i giganti che popolano il racconto. I dettagli diventano monumentali: uno sguardo, una mano che sfonda l'inquadratura, una spalla di uomo contro il cielo bianchissimo.

Il linguaggio del silenzio

La vera rivoluzione leoneiana non è visiva, benché la visione sia straordinaria. È narrativa. Leone elimina il dialogo come principale strumento di racconto. Nei suoi film, gli attori parlano raramente, e quando lo fanno, quasi sussurrano. La narrazione si costruisce altrimenti: attraverso la musica, attraverso i suoni della natura, attraverso pause lunghe che costringono lo spettatore a leggere i volti, a decifrare le intenzioni nei gesti più piccoli. Una mano che raggiunge la pistola diventa una frase completa. Lo strofinio di uno stivale sulla terra è dialogo. Ennio Morricone, compositore che Leone scopre e con il quale costruisce una simbiosi creativa unica nel cinema, trasforma la colonna sonora in narrazione parallela. La musica non commenta gli eventi: li precede, li crea, li trasforma in destino.

Questo metodo narrativo, che oggi definiremmo minimalista, permette al cinema di Leone di raggiungere una dimensione quasi teatrale. Gli attori non recitano nel senso classico; incarnano archetipi. Il giovane senza nome di Eastwood non è un personaggio psicologico complesso, ma una figura mitologica. Il suo volto inespressivo, la sua economicità di gesti, diventano straordinari proprio perché rifiutano la naturalism hollywoodiana. È l'antitesi di James Stewart o di John Wayne. È un nuovo tipo di eroe: silenzioso, moralmente ambiguo, mosso da interessi materiali piuttosto che da codici di onore.

La trilogia che ha cambiato il cinema

Dopo il successo mondiale di "Per un pugno di dollari", Leone realizza una trilogia che definisce il genere dello spaghetti western in modo definitivo. "Per qualche dollaro in più" (1965) approfondisce l'ambiguità morale dei protagonisti e introduce il tema della nostalgia, della perdita, della morte come destino inevitabile. "Il buono, il brutto, il cattivo" (1966) raggiunge la perfezione formale. In questo film, Leone dispone tre elementi umani in uno spazio narrativo purissimo e li fa scontrare secondo leggi che sembrano aritmetiche. Non c'è trama nel senso tradizionale: c'è una geometria morale, una composizione che richiama la musica più che la letteratura.

Le influenze di Leone, a guardar bene, non provengono dal cinema americano. Provengono dalla pittura, dalla scultura, dall'opera lirica. "Il buono, il brutto, il cattivo" potrebbe essere un'opera di Verdi trasportata nel deserto. Ha la stessa struttura compositiva, la stessa ricerca di perfezione formale, lo stesso equilibrio tra elementi contrastanti. Quando i tre protagonisti si trovano nel cimitero, alla ricerca del tesoro sepolto, non stanno semplicemente combattendo per denaro. Stanno partecipando a un rituale antico, quasi religioso. La scena finale, con la musica di Morricone che raggiunge il culmine e i tre uomini che si affrontano in un duello impossibile, è uno dei momenti più puri del cinema mondiale.

L'eredità di Leone e la trasformazione del genere

Lo spaghetti western che Leone ha inventato, perfezionato e poi abbandonato, ha generato imitazioni di ogni qualità. Centinaia di film sono stati girati in Spagna negli anni successivi, riutilizzando location, talvolta attori, sempre lo stesso stile visivo. Pochi di questi raggiungono il livello artistico dei capolavori leoneiani, ma tutti loro, direttamente o indirettamente, modificano il genere da dentro. Il western americano tradizionale non poteva più esistere allo stesso modo dopo che Leone lo aveva riformulato. John Ford e Howard Hawks avevano rappresentato il West come luogo di valori e di conflitti morali chiari. Leone lo rappresenta come puro paesaggio dove gli uomini agiscono seguendo logiche economiche semplici e violente.

L'influenza di Leone sul cinema successivo supera di gran lunga il genere western. Quentin Tarantino ha costruito la sua carriera riscrivendo il linguaggio leoneiano per il cinema contemporaneo. Martin Scorsese ha mutuato da Leone il uso della musica diegetetica e non diegetetica come elemento narrativo primario. Perfino i cineasti europei contemporanei ritornano costantemente a Leone quando cercano di rappresentare violenza, spazio e morte con dignità formale.

Sergio Leone muore nel 1989, mentre sta ancora lavorando a "C'era una volta in America", il suo film di addio che racconta il tramonto di un'era attraverso le storie di gangster newyorkesi. Questo ultimo capolavoro conferma che Leone non è mai stato veramente un regista di western. È stato, fin dall'inizio, un regista ossessionato dalla forma, dalla geometria della composizione, dal potere del silenzio e dell'attesa. Il western gli è servito semplicemente come arena perfetta per questa ossessione. Ha preso un genere consumato, l'ha sottoposto ai principi di un artista rigoroso, e ne ha ricavato qualcosa di interamente nuovo. Questo è il significato storico della rivoluzione leoneiana: ha dimostrato che il cinema commerciale poteva essere, contemporaneamente, opera d'arte seria e intrattenimento di massa.

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