Parigi, estate del 1959. Jean-Luc Godard non è ancora il regista destinato a cambiare il cinema mondiale, ma un critico dei Cahiers du cinéma che guarda i suoi amici passare dall’altra parte della macchina da presa. François Truffaut ha appena conquistato Cannes con I quattrocento colpi, Claude Chabrol ha già cominciato a girare e Godard sente che è arrivato anche il suo momento. Richard Linklater sceglie proprio questo istante per iniziare Nouvelle Vague: non quando il mito è già nato, ma quando tutto è ancora incerto, improvvisato e possibile.
Il film, realizzato nel 2025 e presentato in concorso al Festival di Cannes, racconta la nascita di Fino all’ultimo respiro, il lungometraggio con cui Godard avrebbe lasciato un segno decisivo nella storia del cinema. Linklater non realizza un biopic tradizionale e non prova a riassumere l’intera stagione della Nouvelle Vague. Stringe invece lo sguardo su quei giorni di lavorazione, sul rapporto tra Godard, Jean-Paul Belmondo e Jean Seberg e su un modo di fare cinema che nasce proprio dal rifiuto delle regole consolidate.
Prima che Godard diventasse Godard
Il Godard che vediamo all’inizio non possiede ancora il prestigio che il suo nome avrebbe assunto negli anni successivi. Ha idee, convinzioni, un carattere difficile e soprattutto la sensazione che il cinema francese debba cambiare. Fino all’ultimo respiro prende forma con pochi mezzi, riprese per le strade di Parigi, decisioni prese sul momento e una troupe costretta continuamente ad adattarsi. Godard modifica, improvvisa, provoca e cerca una libertà che riguarda tanto la storia quanto il modo stesso di filmarla.
È qui che Nouvelle Vague trova il suo punto più interessante. Linklater sa che lo spettatore conosce già l’esito di quella vicenda: sappiamo che Fino all’ultimo respiro diventerà un film fondamentale. I personaggi, però, non lo sanno ancora. Per loro esistono soltanto giornate di riprese, problemi da risolvere, discussioni e intuizioni. Il regista americano lavora proprio su questa distanza: noi stiamo assistendo alla nascita di qualcosa che diventerà storia, mentre chi la sta costruendo vive ancora tutto come un esperimento.
Fuori e dentro “Fino all’ultimo respiro”
Il gioco più riuscito del film nasce dal suo continuo stare fuori e dentro il set. Guillaume Marbeck interpreta Jean-Luc Godard mentre Godard dirige Jean-Paul Belmondo e Jean Seberg; Aubry Dullin interpreta Belmondo mentre Belmondo sta diventando Michel Poiccard; Zoey Deutch veste i panni di Seberg nel momento in cui l’attrice costruisce Patricia Franchini. Linklater ricrea quindi non soltanto persone realmente esistite, ma il momento preciso in cui quelle persone stanno dando vita a personaggi destinati a entrare nell’immaginario cinematografico.
La ricostruzione non diventa però un semplice gioco di somiglianze. Il centro resta il processo creativo. Lo spettatore vede nascere scelte che oggi sembrano inevitabili proprio perché sono diventate celebri, ma che allora potevano apparire casuali, azzardate o perfino sbagliate. È questo doppio livello a dare forza al film: dietro ogni immagine già consegnata alla storia c’è stata una decisione concreta, spesso presa in condizioni tutt’altro che solenni. Linklater riporta il mito al momento in cui era ancora lavoro quotidiano.
Quando il cinema cambia le proprie regole
Anche la forma di Nouvelle Vague partecipa a questa operazione. Il bianco e nero, la macchina da presa mobile, il montaggio, l’attenzione ai gesti e alle strade riportano lo spettatore verso il cinema francese di fine anni Cinquanta senza trasformare il film in un esercizio nostalgico. Linklater non sembra interessato a dimostrare quanto bene sappia imitare Godard. Cerca piuttosto di recuperare quella sensazione di libertà nella quale ogni soluzione poteva ancora essere rimessa in discussione e il cinema sembrava avere improvvisamente molte più possibilità di quante ne avesse mostrate fino a quel momento.
Il cast contribuisce a rendere credibile questa immersione. Guillaume Marbeck è Jean-Luc Godard, Zoey Deutch interpreta Jean Seberg e Aubry Dullin è Jean-Paul Belmondo, mentre attorno a loro compaiono figure come François Truffaut, Claude Chabrol e altri protagonisti di quella stagione. Nouvelle Vague funziona soprattutto quando riesce a far dimenticare che stiamo guardando la ricostruzione di un momento già mitizzato e ci restituisce invece l’impressione di assistere a qualcosa che sta ancora prendendo forma. È questo il motivo per cui può interessare non soltanto chi conosce Godard, ma chiunque voglia capire come un film possa cambiare il cinema prima ancora di sapere che lo farà. Il film dura circa 106 minuti ed è programmato il 30 settembre 2026 su Sky Cinema, con disponibilità anche nell’offerta NOW.
