Cinema

Il neorealismo italiano: cos'è e i film che lo hanno definito

Tra il 1945 e i primi anni cinquanta, il cinema italiano inventò un linguaggio nuovo: storie di uomini e donne comuni, girate in strada, senza attori famosi. Fu una rivoluzione che cambiò il cinema mondiale.

Scena di strada con bambini poveri in abiti stracciati, edifici rovinati sullo sfondo, luce naturale di un pomeriggio romano, fotografia in bianco e nero

Che cosa è il neorealismo italiano

Il neorealismo italiano non nacque come movimento programmatico. Non ci furono manifesti sottoscritti, non ci furono scuole fondate da teorici. Nacque dalla realtà stessa, dalle macerie del 1945, dalla necessità di raccontare l'Italia come era davvero dopo la guerra, non come i film fascisti l'avevano mostrata fino a poco prima.

Fu un'intuizione che coinvolse registi, sceneggiatori e direttori della fotografia: guardare la città e il paesaggio italiano con occhi nuovi, mettere davanti alla macchina da presa non i divi del cinema ma persone comuni, spesso non attori professionisti. Girare nelle strade vere, negli appartamenti veri, senza set costruiti. Usare la luce naturale, il bianco e nero, il suono registrato dal vero.

Tutto questo produceva un effetto di verità assoluta. Lo spettatore non entrava in un teatro di illusioni; entrava nella realtà contemporanea. Vedeva i vicoli di Roma, il porto di Napoli, le fabbriche del Nord, le campagne del Sud. Vedeva persone che lottavano per mangiare, per trovare lavoro, per sopravvivere. Non c'era retorica, non c'era sentimentalismo di maniera. C'era soltanto il fatto, la necessità, la dignità della gente nel affrontare la povertà.

I caratteri distintivi del linguaggio neorealista

Il neorealismo italiano possedeva tratti riconoscibili e coerenti. Innanzitutto la scelta degli attori: se non erano completamente inesperti, erano comunque attori di carattere, di secondo piano, privi del fascino costruito della star. Erano volti veri. Le loro facce portavano segni di fatica, di intelligenza, di sofferenza.

La struttura narrativa era semplice, quasi elementare. Non c'erano trame articolate, colpi di scena costruiti per sorprendere. C'era una situazione, una giornata, un problema che la gente doveva risolvere. La crescita morale e umana avveniva dentro questa semplicità.

L'aspetto tecnico era caratterizzato dall'uso massiccio della luce naturale. I film venivano girati durante il giorno, per strada, senza l'apparato sofisticato dei riflettori di studio. Questo conferiva al film una qualità documentaria, come se si stesse guardando una registrazione della vita reale piuttosto che uno spettacolo costruito.

La musica, quando c'era, era sobria. Niente colonne sonore invadenti. Spesso solo il suono della realtà, il rumore della strada, le voci delle persone. La sceneggiatura era calibrata per esprimere sentimenti attraverso i gesti e gli sguardi, non attraverso dialoghi prolissi.

I film fondativi del movimento

Il neorealismo ebbe un padre di riferimento in Luchino Visconti e nel film Ossessione, uscito nel 1943. Tuttavia, la vera fioritura del movimento avvenne dopo il 1945.

Roma, città aperta, del 1945, diretto da Roberto Rossellini, è considerato il manifesto neorealista per eccellenza, anche se Rossellini stesso non rivendicò mai questa etichetta. Il film racconta la resistenza romana durante l'occupazione nazista, ma lo fa attraverso le vite di persone ordinarie, di un sacerdote, di un operaio, di una donna. La città di Roma è un personaggio del film quanto i protagonisti. La giornata ha il ritmo della realtà, le scene si susseguono con la logica della vita vera. Non c'è costruzione drammatica artificiale.

Ladri di biciclette, del 1948, diretto da Vittorio De Sica, rappresenta il culmine del neorealismo. È un film senza trama, potremmo dire. Un uomo, un padre, ha trovato lavoro come attacchino di manifesti. Gli serve una bicicletta. Gli rubano la bicicletta. Passa una giornata cercandola per Roma con suo figlio. Non la trova. Torna a casa. Fine. Eppure questo non-accadimento è la cosa più vera e più profonda che il cinema italiano avesse mai raccontato sulla dignità umana, sulla paternità, sulla povertà, sulla disperazione quotidiana.

Umberto D., sempre di De Sica nel 1952, racconta la solitudine di un pensionato romano che non riesce a pagare l'affitto, che ha un cane, che cerca di mantenere la propria dignità mentre il sistema sociale lo spinge ai margini. Il film non offre soluzioni. Non consola. Semplicemente guarda.

La terra trema, del 1948, di Luchino Visconti, è girato in Sicilia, in un villaggio di pescatori. Gli attori sono pescatori veri. Il dialetto è quello siciliano autentico. Il film racconta il tentativo di una famiglia di riscattarsi economicamente e la loro sconfitta. È una storia di resistenza umana e di crudeltà economica, girata come un documentario ma con la forza di una tragedia.

Miracolo a Milano, del 1951, ancora di De Sica, porta il neorealismo verso il fantastico, ma mantenendo l'attenzione sulla povertà e sulla speranza della gente comune a Milano.

L'influenza mondiale e il declino

Il neorealismo italiano conquistò il mondo intero. Influenzò il cinema francese, il cinema tedesco, il cinema americano indipendente. I festival internazionali riconobbero questi film come opere fondamentali. In Italia stessa, però, il movimento cominciò a dissolversi nei primi anni cinquanta. Le ragioni erano varie: il pubblico italiano stesso preferiva l'evasione; i produttori volevano ritornare a film più tradizionali; la critica cattolica attaccò alcuni film per la loro crudezza sociale; il contesto politico cambiava.

Ma il neorealismo non scomparve del tutto. Lasciò un'eredità permanente: la consapevolezza che il cinema poteva raccontare la realtà con onestà, che non aveva bisogno di attori di fama mondiale, che la verità era più affascinante di qualsiasi finzione costruita. Quella lezione rimase.

Perché ancora oggi il neorealismo importa

Il neorealismo italiano insegnò al cinema mondiale che la dignità del cinema risiede nel saper guardare la realtà senza giudicarla, nel dare voce a chi non l'ha, nel racconto della gente comune come materia degna di arte. I film di quel periodo non sono oggetti storici confinati negli archivi. Sono storie sulla povertà, sulla ricerca di lavoro, sulla lotta per la sopravvivenza che toccano ancora il nostro presente. Uno spettatore contemporaneo che guarda Ladri di biciclette non vede soltanto il passato. Vede questioni che rimangono irrisolte.

Ecco perché il neorealismo italiano resta vivo: perché ha provato che il vero linguaggio del cinema è il linguaggio della realtà, e che quella realtà, se osservata con amore e con attenzione, contiene tutta la bellezza, tutta la tragedia, tutta l'umanità che il cinema potrebbe mai desiderare di raccontare.

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